Decisioni, scelte di Vita, come volete chiamarle voi

Un si o un no, il famoso bivio di campagna che costringe il viandante a fare una scelta. Le strade sono sempre due, non ce n’è mai una terza. Perché? Bianco o nero? Il grigio dov’è, è andato in vacanza? La ditta di pianificazione urbana ha deciso di coprire con un’ondata di cemento la terza via, forse.
Io non lo so, è tutta la vita che non so niente. Non so come decidere, che direzione prendere, come orientare la cartina. Posso decidere di andare a destra, poi a metà strada cambiare idea, lasciare tutto a metà, tornare indietro e riniziare daccapo. È un po’ la mia storia, questo non riuscire a concludere niente, ritornare sui miei passi, fare scelte contrastanti e sempre diverse. La via centrale mi rassicura perché parla una lingua di mezzo tra i due estremi, l’est e l’ovest; la quotidianità, le scelte a lungo termine, a breve, di poca o di immensa importanza, per me sono tutte uguali, e non mi decido.
Numeri: matematici, umanistici, ma sempre determinanti

Da piccola ero ossessionata dal contare le cose: le mattonelle del bagno, le penne di pasta nel mio piatto, gli alberi del marciapiede sul quale camminavo, le auto blu e quelle rosse. Alle elementari il mio rapporto con la matematica, mi sentivo stupida davanti ai problemi di aritmetica e non capivo perché una donna dovesse comprare dodici angurie per poi regalarne dieci alla sua vicina di casa. Copiavo le risposte di matematica dal quaderno della mia compagna di banco, di nascosto ovviamente, perché avevo vergogna. Non capivo, la testa non mi si apriva, non volevo capire. Per me era solo un mucchio di roba stupida, e sapevo che nella vita non mi sarebbe mai servita a nulla. Non sono mai stata capace di risolvere i problemi di matematica e gli esercizi più basilari di calcolo per tutte le elementari, e il giorno in cui la maestra mi scoprì a sbirciare nel quaderno straniero fu la fine. Mi sentii umiliata come non mai. Fingevo di essermi dimenticata il quaderno a casa per non far vedere all’insegnate che in realtà non ero riuscita a svolgere i compiti.
Lo Scrittore: una breve, spassionata riflessione

Quando ascolti musica classica ti rendi conto di quanto la cultura sia capace di aprire la mente. In particolar modo il pianoforte e il violino emanano speciali vibrazioni che massaggiano il cervello. Il martello e la seta, come li immagino nella mia testa, quando mi capita di cascare su Philip Glass o sul Concerto Grosso opera 6 numero 4 di Arcangelo Corelli.
La letteratura è lo yoga moderno: abbandoniamo alla spazzatura libri da quattro soldi scritti da auto-elettisi scrittori da quattro soldi, dove il termine scrittori è al momento regalato, perché sarebbe da riferirsi ad una bel delineata categoria di esseri umani, mica tutti. Lo scrittore non scrive solo, vede e immagina, sente e molto spesso piange perché si rende conto delle sue scoperte, come quando attraverso poche parole costruisce un pensiero che è vero nella sua semplicità, e parla la verità. Non tutti al mondo sono scrittori; scrittori si nasce? Non di certo, e bisogna combattere ogni giorno per esserlo. Una lotta senza fine con la propria mente, le proprie idee, i propri principi, l’idea che si fanno di noi le altre persone. Essere scrittori ha a che fare con l’amore per la cultura, con una personale apertura mentale che porta al di fuori dei confini geografici e culturali; deve incontrare quotidianamente uno schermo o un pezzo di carta e sfidare in una ginnastica intellettuale la mente per tirare fuori qualche buona idea di cui parlare.
Les Images: la Pittura Musicale di Claude Debussy

A volte pensiamo che la musica che ascoltiamo sia artistica: beh, perché no?
Per questo articolo ho ascoltato Bjork, ho rispolverato un album e un mixtape di Kenna (di cui spero di parlare prossimamente): sono arrivata alla conclusione che Bjork mi fa paura e che Kenna non era adatto. La voce della prima mi urta profondamente, il secondo avrebbe potuto rivestire il mantello dell’arte solo secondo il mio punto di vista (il concetto di arte, come preannunciato nell’editoriale, è fortemente soggettivo), e, detto tra noi, non era all’altezza del tema. Oltretutto, per quanto ritenga le trovate di Bjork molto interessanti sia per quanto riguarda la musica e sia per quanto riguarda i suoi video, e per quanto ritenga Kenna uno dei più originali artisti della scena pseudo- underground (ormai lo conoscono tutti), ho optato per qualcosa totalmente all’opposto.
Renoir è vivo e vegeto! La Bohéme pulsa nelle pagine de "La Vita Moderna"

La Vie Moderne è un libro lungo, così lungo che ad un certo punto non ce la fai più. Però poi ce la fai, e capisci che arrivare alla fine ne è valsa la pena.
Susan Vreeland descrive e racconta la nascita del capolavoro di Pierre-Auguste Renoir “Le dejeuner des canotiers” attraverso un romanzo così poetico, molto americano, trasparente e caldo. Alle scuole superiori la storia dell’arte mi è stata insegnata magistralmente, ma non abbiamo mai affrontato l’Impressionismo di Renoir veramente a fondo: studiare un grande capolavoro servendosi di una storia romantica è tutto un altro paio di maniche, non c’è noia, l’interesse per l’arte si unisce alla curiosità del voler sapere quale sarà il destino di ciascun personaggio della vicenda.
La Parigi del 1880, la Senna, le sartine, le ballerine de Les Folies Bergère, gli scrittori, i poeti e gli artisti Bohémien, tutto è vivo in questo libro bellissimo, camminano e respirano fino all’ultimo dettaglio.



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